Cancellare il proprio nome da Google: il diritto all’oblio
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Capita sempre più spesso: si digita il proprio nome su Google e tra i primi risultati riaffiora una vecchia notizia – un’indagine poi archiviata, un processo concluso da anni, un episodio non più attuale. Da qui la domanda che molti si pongono: è possibile cancellare il proprio nome da Google? La risposta, come vedremo, non è un sì o un no secco, ma passa attraverso uno strumento giuridico preciso: il diritto all’oblio digitale.
Offline il tempo attenua i ricordi; online, invece, la reperibilità “per nome” può prolungare indefinitamente l’impatto reputazionale di fatti ormai lontani. Da questa asimmetria nasce il diritto all’oblio digitale: non una “cancellazione del passato”, ma una tutela concreta contro l’esposizione indefinita di contenuti non più attuali o non più proporzionati rispetto all’interesse pubblico. Si tratta di uno strumento fondamentale di protezione della reputazione online, riconosciuto a livello europeo dall’art. 17 del GDPR (Regolamento UE 2016/679) e, nell’ordinamento italiano, tutelato in via costituzionale dagli artt. 2 e 21 Cost.
La tutela, tuttavia, non opera in automatico: richiede sempre un bilanciamento tra interessi contrapposti e una domanda tecnicamente ben costruita. Ecco, in sintesi, come funziona davvero la deindicizzazione da Google e quando conviene rivolgersi a un avvocato esperto in diritto all’oblio.
Diritto all’oblio digitale: tre scenari che non vanno confusi
Per impostare correttamente una richiesta (stragiudiziale o giudiziale), è decisivo distinguere tre piani, spesso confusi nella pratica:
- Rimozione del contenuto alla fonte: la cancellazione fisica dell’articolo dal sito della testata o dal blog che lo ospita.
- Aggiornamento della notizia: l’integrazione dell’articolo originale con gli sviluppi successivi (archiviazione, assoluzione, definizione del procedimento).
- Deindicizzazione dai motori di ricerca: la rimozione del collegamento tra il nome dell’interessato e la pagina web dai risultati di Google (e degli altri motori). L’articolo resta online, ma non compare più digitando il nome.
Nella maggior parte dei casi, la misura più coerente e realisticamente ottenibile è la deindicizzazione: l’articolo resta nell’archivio storico del giornale, ma non viene più proposto come risultato “per nome”, riducendo l’effetto reputazionale non più giustificato. Questa è la ragione per cui, quando un utente chiede di “cancellare il proprio nome da Google”, ciò che tecnicamente e giuridicamente si persegue è proprio la deindicizzazione.
Il bilanciamento non scompare: la Cassazione a Sezioni Unite n. 19681/2019
Anche quando una notizia è risalente, la tutela del singolo non può comprimere in modo indiscriminato la libertà di informazione. Il punto centrale è il bilanciamento tra riservatezza e interesse pubblico alla conoscenza.
Con la sentenza n. 19681/2019, la Cassazione a Sezioni Unite ha chiarito che il giudice deve valutare l’interesse pubblico concreto e attuale alla menzione di elementi identificativi: la menzione è lecita se la persona, nel presente, suscita l’interesse della collettività per notorietà o ruolo pubblico; diversamente, prevale l’interesse alla riservatezza rispetto ad avvenimenti del passato che incidono su dignità e onore e dei quali si è spenta la memoria collettiva.
Nel bilanciamento assumono rilievo, tra gli altri:
- il tempo trascorso dai fatti;
- la permanenza di un interesse pubblico attuale;
- la notorietà o il ruolo pubblico dell’interessato;
- la natura del fatto e la sua rilevanza sociale;
- l’impatto sproporzionato della reperibilità “per nome” sulla vita presente dell’istante.
Non esiste una regola matematica: la decisione dipende dalle circostanze e dal modo in cui la notizia è oggi accessibile.
Riforma Cartabia e art. 64-ter c.p.p.: utile, ma non è una scorciatoia
Il D.Lgs. 150/2022 (Riforma Cartabia) ha introdotto l’art. 64-ter disp. att. c.p.p., rubricato “Diritto all’oblio degli imputati e delle persone sottoposte alle indagini”. La norma consente, in presenza di determinati presupposti (archiviazione o proscioglimento), di ottenere un’annotazione sul provvedimento giudiziario che documenta ufficialmente l’esito favorevole del procedimento.
Lo strumento rafforza la richiesta di deindicizzazione Google, ma non crea un automatismo: resta necessario il bilanciamento e resta essenziale che la domanda sia formulata correttamente e indirizzata al soggetto competente. Molti istanti si sono illusi che l’annotazione fosse un lasciapassare automatico: l’esperienza dimostra che non lo è.
Deindicizzazione e contenuti inesatti: il quadro del diritto dell’Unione
La Corte di giustizia dell’Unione europea (Grande Sezione, 8 dicembre 2022, causa C-460/20) ha ribadito che la richiesta di deindicizzazione rivolta al gestore di un motore di ricerca richiede un bilanciamento tra diritti fondamentali coinvolti e tutte le circostanze del caso. In particolare, quando l’interessato deduce l’inesattezza del contenuto indicizzato, la deindicizzazione non è, in linea di principio, subordinata alla condizione di aver prima ottenuto una decisione giudiziaria contro l’editore. Al tempo stesso, il gestore del motore di ricerca non è tenuto a svolgere indagini autonome sui fatti oltre gli elementi forniti dall’istante.
Conseguenza pratica: la qualità e la completezza della documentazione allegata alla richiesta incidono in modo decisivo sull’esito.
Rimuovere il proprio nome da Google: l’onere di specificità
Un errore ricorrente è presentare richieste generiche (“cancellatemi dal web”) o demandare al motore di ricerca l’individuazione delle pagine da rimuovere. La giurisprudenza è chiara: l’istanza di deindicizzazione richiede la precisa individuazione dei risultati di ricerca di cui si chiede la rimozione, con specifica indicazione degli indirizzi telematici (URL). Richieste indeterminate sono esposte al rigetto.
Analoga attenzione va posta nell’individuare il destinatario corretto della domanda: non sempre la società “locale” collegata a un gruppo tecnologico è il soggetto legittimato a decidere sulla deindicizzazione, e una richiesta indirizzata al soggetto non competente può essere inefficace.
Ritardi di Google e risarcimento del danno: la lezione del Tribunale di Milano
Anche quando la deindicizzazione è astrattamente giustificata, un tema pratico rilevante è la tempestività della risposta. A fronte di una segnalazione adeguata, il ritardo nell’adozione della misura può integrare un pregiudizio risarcibile, perché prolunga l’esposizione dell’interessato agli effetti reputazionali della notizia.
Il Tribunale di Milano, con sentenza n. 3578/2018, ha liquidato un danno non patrimoniale limitatamente al ritardo nella deindicizzazione, evidenziando l’importanza della segnalazione tempestiva e della corretta graduazione delle tutele richieste. Un precedente di particolare interesse per i clienti che si rivolgono al nostro Studio a Milano.
Cancellazione o deindicizzazione: perché la richiesta va calibrata
La differenza tra cancellazione alla fonte e deindicizzazione non è solo tecnica: incide sulla valutazione di fondatezza. La cancellazione dell’articolo può risultare sproporzionata, specie quando il contenuto è lecito e conserva un valore informativo o storico. La deindicizzazione, invece, è spesso la misura più equilibrata: tutela l’interessato dalla reperibilità “per nome” senza incidere sulla conservazione dell’archivio.
L’esperienza giurisprudenziale mostra, inoltre, che una domanda stragiudiziale impostata solo come “cancellazione” può non essere idonea a fondare l’inerzia o il ritardo del destinatario rispetto alla diversa misura (deindicizzazione), indebolendo anche eventuali pretese risarcitorie collegate.
Richiesta di deindicizzazione: i cinque elementi essenziali
Una richiesta ben costruita dovrebbe:
- indicare con precisione i risultati da deindicizzare e i relativi URL;
- chiarire che la misura richiesta è la deindicizzazione (salvo casi eccezionali che giustifichino interventi alla fonte);
- spiegare perché la notizia, pur originariamente lecita, non è più attuale o risulta oggi sproporzionatamente pregiudizievole, tenendo conto di tempo trascorso, ruolo dell’interessato e interesse pubblico attuale;
- allegare la documentazione essenziale sugli sviluppi della vicenda (provvedimenti di archiviazione, proscioglimento, assoluzione o definizione) e ogni elemento utile a rappresentare l’impatto concreto;
- indirizzare l’istanza al soggetto competente e prevedere un tracciamento delle comunicazioni (data certa, sollecito, riscontro).
Domande frequenti sul diritto all’oblio
È possibile cancellare completamente una notizia da internet?
Raramente. Nella maggioranza dei casi si ottiene la deindicizzazione dai motori di ricerca: l’articolo resta online, ma non viene più associato al nome della persona nei risultati di Google.
Quanto tempo deve essere trascorso per ottenere il diritto all’oblio?
Non esiste un termine fisso. La valutazione dipende dal tempo trascorso, dalla natura del fatto, dal ruolo dell’interessato e dall’attualità dell’interesse pubblico. Per le notizie di cronaca giudiziaria minore, la giurisprudenza ha talvolta considerato congruo un periodo di alcuni anni dalla chiusura della vicenda.
Come si richiede la deindicizzazione a Google?
Il primo passo è una richiesta formale attraverso il modulo ufficiale di Google, con indicazione specifica degli URL e della documentazione a supporto. In caso di rifiuto o inerzia, è possibile adire il Garante Privacy o, in alternativa, il Tribunale competente.
Quanto costa rivolgersi a un avvocato per il diritto all’oblio?
I costi variano in base alla complessità della vicenda e al percorso necessario (richiesta stragiudiziale, reclamo al Garante, ricorso al Tribunale, eventuale azione risarcitoria). Lo Studio fornisce un preventivo personalizzato dopo una prima analisi del caso.
Posso chiedere anche il risarcimento del danno?
Sì, quando Google o l’editore ritardano ingiustificatamente nel dare seguito a una richiesta fondata e documentata, può configurarsi un danno non patrimoniale risarcibile.
Quando rivolgersi a un avvocato per il diritto all’oblio
Il diritto all’oblio digitale non è un “interruttore” che spegne il passato, ma uno strumento di riequilibrio tra reputazione e informazione. La deindicizzazione è spesso la tutela più coerente, ma la sua riuscita dipende dalla capacità di dimostrare, con elementi specifici e verificabili, che l’interesse pubblico attuale non giustifica più la reperibilità del contenuto tramite la ricerca per nome.
Il nostro Studio Legale , con sede a Milano in Via Giovanni Battista Pirelli 24, assiste da anni clienti – privati e aziende – nelle procedure di deindicizzazione, tutela dell’identità digitale e gestione della reputazione online. Per una valutazione preliminare del caso, è possibile consultare il servizio dedicato Diritto all’Oblio – Cancellami dal Web oppure contattare direttamente lo Studio.

